VIVERE ANCORA
Una mostra sul morire di Walter Schels e Beate Lakotta
L’Associazione IL Papavero – Der Mohn ha voluto portare a Bolzano come prima
nazionale la mostra fotografica Noch mal leben – Vivere ancora (scarica il programma) e ha coinvolto a
questo scopo la Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano, che ha
partecipato all’organizzazione dell’evento e ha messo a disposizione gli spazi in
cui dal 27 febbraio al 1 aprile 2010 verranno esposte le fotografie.
Nella nostra cultura abbiamo perso completamente il rapporto con la morte, ma quotidianamente siamo esposti a centinaia di morti televisive e cinematografiche. Eppure non siamo disposti ad avere alcun rapporto con gli ultimi istanti della vita dei nostri simili, morire non è più socialmente accettabile.
Il fotografo Walter Schels e la giornalista Beate Lakotta hanno passato lunghi periodi di tempo negli hospice tedeschi intervistando e fotografando persone che stavano combattendo l’ultima battaglia della loro vita. Il risultato è stata la pubblicazione del libro Noch mal leben vor dem Tod. Wenn Menschen sterben (Vivere ancora prima di morire. Quando le persone muoiono), da cui è poi nata l’idea di una mostra fotografica che ha toccato numerose città tedesche e le principali capitali mondiali. I due autori hanno realizzato un viaggio nel territorio oscuro dei confini della vita, viaggio disperato ma rispettoso e partecipe, il cui risultato è una mostra di una semplicità e sincerità poetica e toccante. Hanno vissuto per oltre un anno negli hospice del Nord della Germania ed hanno ritratto 24 persone, di età compresa tra i 17 mesi e gli 83 anni, pochi giorni prima e immediatamente dopo la loro morte, accompagnando ogni coppia di fotografie bianco-nero di grande formato con una biografia della persona, il breve racconto di una vita, corredata da illuminanti e significative righe su come hanno vissuto gli ultimi giorni e sul modo in cui si sono avvicinati al passo verso l’ignoto. La serie di ritratti, una sorta di “memento mori” fotografico, sono nello stesso tempo cupi e luminosi, sconvolgenti e stupefacenti ed hanno una forte intensità spirituale che accomuna tutti nella commozione.
I ritratti catturano l’espressione umana di chi si avvicina alla propria fine, ma pur mostrando l’inevitabilità della morte, celebrano la vita. Il confronto con queste immagini consente infatti di riportare l’attenzione sulla vita, di afferrarla e viverla ricordando che la morte è semplicemente una parte di essa.
Heiner Schmitz è uno dei personaggi ritratti. All’età di 52 anni capì che a causa di un tumore cerebrale non aveva di fronte a sè una vita lunga. I suoi amici, seppur consapevoli di questo, avevano continuato fino alla fine a fare festa attorno al suo letto. Ma questo era esattamente il contrario di ciò che Heiner si aspettava e lo disturbava molto che tutti gli amici negassero il fatto che lui stava morendo. “Nessuno mi chiede come mi sento” diceva e “sono sorpreso di come tutti evitano l’argomento”.
Prima della morte l’espressione delle persone è seria, gli occhi fissano l’osservatore dando la sensazione che ci hanno già comunicato molto della loro storia. Dopo il decesso, gli occhi sono chiusi e i visi, illuminati come in un quadro di Rembrandt, seppur esausti, trasmettono pace. Ognuno di loro di fronte alla morte ha reagito in modo diverso, chi con rabbia, chi con rassegnazione, ma come dice un’altra malata ritratta, Edelgard Clavey, “la morte è una prova di maturità alla fine della vita; ciascuno di noi prima o poi dovrà affrontarla”. Normalmente abbiamo paura di parlare della morte, ma le persone malate che vi si avvicinano hanno voglia di raccontare le loro sensazioni ed è dovere di chi gli sta intorno imparare ad ascoltarle. Osservare i loro volti, leggere le loro parole ci dovrebbe rendere consapevoli che ognuno vuole essere amato fino alla fine della sua vita.
I due autori non solo hanno cercato di infrangere il tabù della morte, ma hanno
mostrato il volto di una medicina consapevole dei propri limiti e quindi rispettosa
della vita delle persone che ad essa si affidano. Una medicina che accanto
all’efficienza non trascura la saggezza e per questo non utilizza ciecamente tutto
quello che oggi ha a disposizione, soprattutto se questo non realizza una vita
qualitativamente accettabile. È indispensabile che la società impari a convivere con
l’idea che, nonostante gli enormi progressi della medicina, per i malati inguaribili
è fondamentale non sentirsi soli ed abbandonati, ma essere adeguatamente assistiti
fino alla fine.
Ingrid Dapunt
Presidente dell’Associazione Il Papavero – Der Mohn
Mostra:
Libera Università di Bolzano
Piazza Università 1, Bolzano
27.02. – 01.04.2010
Lun – Ven 15:00 – 19:00
Sab 9:00 – 18:00
Dom 9:00 – 12:00
Inaugurazione: 26.02.2010, ore 18:00